la ceramica

Nel territorio gualdese la produzione ceramica è sempre stata particolarmente ricca, grazie anche alla presenza degli elementi essenziali per la sua fabbricazione, difatti i rigogliosi boschi dell’Appennino fornivano legname per alimentare le numerose fornaci, i vari torrenti azionavano i mulini che macinavano gli elementi necessari per gli smalti, dalla cava di Monte Fringuello si otteneva l’ossido di ferro – elemento base per i famosi riverberi oro e rubino – e non ultimo, nelle cave della Matalotta, si estraeva un’ argilla con un buon grado di purezza. L’ampia disponibilità di materie prime permise l’autosufficienza nella produzione ceramica e ciò invogliò validi artisti a trasferirsi in questo territorio. I reperti rinvenuti nel sito archeologico di Colle dei Mori testimoniano che fin dal XII secolo a. C. la produzione ceramica era qui presente. Alcuni dei frammenti rinvenuti sono di rozza fattura e cottura approssimativa; altri sono più raffinati e curati, a testimonianza di una certa evoluzione nella lavorazione e nel gusto. Già nel Trecento si registrano in documenti scritti le prime forniture di ceramiche, ma solo nella seconda metà del Quattrocento si ha prova dell’affermazione qualitativa delle maioliche gualdesi; infatti in un documento dei Reggenti di Gubbio del 1456 si autorizza la vendita delle pregiate olle e pignatte gualdesi nei mercati della città. Nei secoli XVI e XVII da alcuni studiosi è ritenuta possibile una produzione ceramica rifinita con la tecnica del lustro, cioè con l’applicazione sul pezzo già finito degli straordinari riverberi oro e rubino, ottenuti durante una terza cottura con fumo di ginestra. Da notare che sulla facciata della chiesa della Madonna del Piano si possono ancora oggi ammirare ventisei piastrelle riverberate rosso rubino, probabilmente secentesche, di cui quattro esemplari sono oggi conservati al Museo del Louvre.

Inoltre, è sempre nei secoli XVI-XVII che si affermano le prime dinastie di ceramisti locali: i Pignani ed i Biagioli. L’11 febbraio 1673 il Papa Clemente X concede ai ceramisti gualdesi Lorenzo e Antonio Pignani, che hanno trasferito la loro attività a Roma, dove producevano ceramiche di pregio, la privativa valida per un quinquennio per lo Stato della Chiesa, di dare colore alla maiolica, appli-cando su essa, l’oro con una tecnica mai usata. Nella Chiesa di San Francesco, si può ammirare una pala d’altare della SS. Trinità, risalente al 1528, modellata e dipinta da un ignoto autore di cultura urbinate e un pre-zioso lavabo, probabile opera di Francesco Biagioli detto il Monina. A Gualdo Tadino la lavorazione della ceramica non ha mai conosciuto interruzione. Il Settecento, infatti, è contraddistinto da una vasta produzione di Madonne col Bambino, anche a seguito di un terribile terremoto che sconvolse la città nel 1751 ed in quel periodo varie mattonelle votive vennero apposte sulle facciate delle case. In via Monina è possibile ammirarne un bell’esempio: una Madonna col Bambino in maiolica policroma datata 17 marzo 1759.

L’Ottocento vede un forte incremento della produzione ceramica, ma è nella seconda metà dello stesso secolo che si assiste ad un fenomeno che muterà decisamente il destino ceramico di Gualdo Tadino e che determinerà la sua fama nel mondo: la ripresa della tecnica dei lustri metallici oro e rubino ad opera di Paolo Rubboli (1838-1890). Prende perciò avvio dalla sua opera una produzione di maioliche artistiche di altissima qualità che inciderà positivamente sul futuro ceramico della città: non a caso ancora oggi quasi venti opifici si rifanno nelle tipologie alla sua produzione. Nel suo lavoro Paolo Rubboli è coadiuvato da validi artisti, tra cui il famoso pittore gualdese Giuseppe Discepoli. Dopo la morte di Paolo, avvenuta nel 1890, la tradizione viene proseguita dalla moglie Daria la quale lascia poi il testimone ai suoi due figli Lorenzo ed Alberto e quindi agli altri eredi. E’ in questo contesto che si inserisce la straordinaria produzione, non solo a riflesso, del grande maestro Alfredo Santarelli, del quale fra i pezzi più pregiati sono conservati, presso il Museo Civico della Rocca Flea. È possibile ammirare i suoi delicati pannelli policromi, inseriti in antiche nicchie, nel centro storico. Negli anni ‘20 poi, alcuni opifici, tra cui la Cooperativa Ceramisti (1907), la Società Ceramica Mastrogiorgio (1925), la Società Luca della Robbia (1925) e altri imiteranno la tecnica e la tipologia introdotta da Paolo Rubboli, rendendo Gualdo Tadino il centro ceramico italiano più importante del Novecento per la produzione di maioliche di tradizione mastrogiorgesca. Da allora il panorama ceramico gualdese si è notevolmente ampliato, fino ad arrivare all’attuale produzione che va dalla ceramica tradizionale artistica prima ricordata, a quella industriale che conta ben sessantotto aziende con oltre mille occupati. Le diverse lavorazioni discendono direttamente dalle antiche tradizioni locali e sono il prodotto di qualità di un territorio che ha saputo conservare e valorizzare le proprie peculiarità artistico-creative, tenendo sempre conto dei progressi tecnologici, senza mai abbandonare però, le antiche tecniche e cotture tradizionali di origine cinquecentesca, tramandate come segreto di padre in figlio, che hanno reso famose le maioliche gualdesi nel mondo.
 

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